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Voglia di riemergere - Milano

Alla riscoperta del XX secolo tra Roma e Milano

Nelle grandi città come Roma si possono trovare molti esempi di architetture invisibili, come tutti quegli edifici svalutati dalla routine quotidiana, luoghi normalizzati e utilizzati con superficialità da una generazione che ha troppa fretta per soffermarsi a percepire l’importanza tecnica, storica o semplicemente estetica di un sito. Si tratta di progetti risalenti al XX secolo, quell’età di mezzo che colloca l’oggetto in una sorta di limbo tra il non essere antico e quindi senza apparente valenza storica e il non essere contemporaneo e quindi non considerato innovativo. Queste costruzioni oltre all’ignoranza delle persone devono subire i continui “attacchi” del traffico incontrollato, dello smog e spesso “l’invasione” di pubblicità senza scrupoli. In questa visione antropomorfica dell’architettura l’edificio sembra come un ostaggio imbavagliato dal presente, che non gli permette di esternare il proprio essere opera d’arte. Questo bavaglio è la città frenetica, che in maniera banale appiattisce ogni cosa non percependo  il reale valore di una costruzione rispetto ad un’ altra, ponendo tutto su uno stesso piano, vanificando l’autentica importanza di progetti spesso nati dai più grandi architetti della storia recente, da Piacentini a Gio Ponti. Questa “malattia” è diffusa in tutto il mondo, ma in particolare in Italia, dove tutto quello che non è antico è posto in secondo piano. Questo è il retaggio di quell’idea che porta gli italiani a pensare che  non c’è bisogno di creare nulla di nuovo, perché il nostro patrimonio storico artistico ci permette di essere sempre e comunque superiori agli altri paesi, che invece sono costretti a realizzare “anonimi agglomerati di vetro ed acciaio” per avere qualche turista in più. Questa è la politica che peraltro ha portato il ”bel paese” a scendere nelle classifiche di affluenza turistica. Un altro motivo di questa cecità verso parte dell’architettura del ‘900, in particolare del secondo dopoguerra, è dovuto alla generalizzazione di un periodo che in edilizia è noto soprattutto per la speculazione e la creazione di “mostri” che deturpano le nostre città. Per questo l’osservatore medio è portato a non distinguere un’opera di valore da un “palazzaccio” qualsiasi. L’architettura di cui si sta parlando non è invisibile solamente alla gente comune, ma cosa ben più grave, lo è anche alle istituzioni e agli addetti ai lavori, che invece di riqualificare o valorizzare questi luoghi preferiscono ignorarli, lasciandoli spesso in stato di semi-abbandono e in casi più gravi abbattendoli, eliminando la memoria storica di un luogo sostituendola con anonimi parallelepipedi finestrati. Questa voglia di emergere di un sito rispetto alla piattezza del contesto urbano deve essere sostenuta da tutte le persone che ritengono di conoscere l’architettura o l’arte in generale. Quindi anche da noi studenti del Politecnico che dovremmo sensibilizzare la gente ad aprire gli occhi e a fermarsi un attimo, e smettere di guardare distrattamente una cosa, ma iniziare ad osservarla per quello che è: un’opera d’arte moderna.

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Uno stralcio di questo reportage è stato pubblicato nel numero speciale di settembre della rivista internazionale di architettura, design e comunicazione visiva  “l’ARCA”, testata tradotta in numerose lingue e venduta in tutto il mondo.

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